Quanto è difficile avvicinarci all’idea del conflitto come una risorsa per aprirsi alla conoscenza di se stessi e dell’altro?
Quanto aderiamo all’idea del conflitto come categoria appartenente all’area delle competenze relazionali?
Lì dove ci accorgiamo che è difficile avvicinarci a questa idea, sicuramente abbiamo ereditato la rigida convinzione che il conflitto è pericoloso, che il conflitto è associato necessariamente alla violenza. In realtà non è così.
Vediamo perché.
Incompetenza relazionale ed Intelligenza Emotiva
E’ facile associare la parola “conflitto” alla parola “violenza” quando vi è un’ “incompetenza relazionale”, intesa come scarsa “intelligenza emotiva”.
Che cosa comporta ?
- Non abbiamo strumenti di “guida sicura” del nostro mondo emozionale interno.
- Siamo allagati dalle nostre emozioni ed esse ci trasportano.
- Siamo preda della reattività.
Pensare al conflitto come un’imperdibile occasione di confronto è frutto di un percorso di apprendimento di competenze che riguardano il nostro “saper stare” nelle relazioni.
Il primo passo è accogliere la suggestione di Daniele Novara:
“LA PACE E’ CONSEGUENZA DELLA GESTIONE EFFICACE DEL CONFLITTO” (Daniele Novara “Litigare fa bene” ed.Bur Parenting).
La tendenza comune è in realtà quella di evitare di litigare.
E’ però una pericolosa scorciatoia che denuncia l’incapacità di gestione delle emozioni sottostanti, da cui deriva la violenza e i casi eclatanti dei drammi familiari. Come fare dunque?
Decodificare i conflitti
Diventa necessario “tradurre” i conflitti per saper leggere in profondità, oltre la superficie del verbale espresso.
Le aree di indagine sono
- I BISOGNI in gioco
- Le EMOZIONI che si vivono
Conflitto di bisogni e Conflitto di Soluzioni
E’ dedicato ampio spazio all’interno del percorso di formazione “Persone Efficaci” di Thomas Gordon all’area dei conflitti, e l’idea portante è che i conflitti sono spesso conflitti di bisogni, mentre noi rimaniamo focalizzati sul conflitto tra “soluzioni” (→le azioni che proponiamo).
Le persone condividono essenzialmente gli stessi bisogni fondamentali (vedi Piramide di Maslow)

Il conflitto nasce dunque dal modo (le soluzioni) in cui le persone cercano di soddisfare i propri bisogni fondamentali sottostanti e che appartengono a categorie universali dell’essere umano.
Come distinguere le soluzioni dai bisogni sottostanti?
Ogni qualvolta sono sulla soluzione ( es. acquistare un’auto nuova, cambiare casa, uscire con un’amica) che provoca un litigio con un’altra persona coinvolta dalla mia scelta, occorre chiedermi “a cosa mi serve? a quale bisogno sto rispondendo? Ecco un esempio:
Vostro figlio vi dice:
“Voglio una stanza tutta per me“. E’ un bisogno o una soluzione?
Rispondete alla domanda?
A cosa gli serve una stanza tutta per sé?
Le risposte potrebbero essere:
- avere la propria intimità
- la sensazione di avere uno spazio che gli appartiene
- avere tranquillità, ecc.
Queste risposte sono bisogni, la stanza è una soluzione.
A cosa serve fare questa distinzione?
Nel momento in cui la “soluzione stanza” crea un conflitto ( es. non è possibile crearla per mancanza di spazio, troppo costosa… etc…) chiarire il bisogno sottostante, apre la possibilità ad una più ampia gamma di soluzioni.
Acquisire questa modalità di “decodifica” dei conflitti permette di trasformare un conflitto in un confronto, in una occasione di ascolto reciproco.
Ci conduce dunque ad acquisire un’ulteriore competenza fondamentale per avere relazioni efficaci, ossia
l’Ascolto Attivo/Profondo che svela i sentimenti e le emozioni:
- imparo ad ascoltare le emozioni e i bisogni che si celano dietro un messaggio verbale.
Infine sento utile focalizzare la conclusione di questo articolo sul’idea fondante della pedagogia del conflitto:
Imparare a “litigare bene” è l’antidoto alla violenza ed è possibilità di creare relazioni efficaci ed autentiche.
