CONVEGNO “PERSONE IN MOVIMENTO: LIBERTÀ’ E DIRITTI”. AULA MAGNA “ALDO COSSU” . ATENEO DI BARI.            OTTOBRE 2019

Prima di iniziare a pensare come impostare il mio intervento di oggi, sono andata a rileggere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e mi sono emozionata nel ritrovare enucleati qui, come nella nostra Costituzione Italiana, tutti i principi e i valori essenziali del vivere civile e democratico.

Vi leggerò alcuni punti estratti dal preambolo della Dichiarazione e alcuni articoli (art.1/2/13/14.). Insieme alla carta di Ottawa del 1986, rappresentano i cardini per il riconoscimento della dignità umana. Quest’ultima ha richiamato l’attenzione delle organizzazioni internazionali e delle persone di tutto il mondo affinché riconoscano e sostengano il valore della promozione della salute come fondamentale investimento sociale. Salute, intesa come benessere BIO/PSICO/SOCIALE

In quest’ultimo ambito sono richiamate le politiche che combattono i problemi derivanti dalla ineguaglianza sociale e includono: la legislazione che protegge i diritti e le condizioni di vita delle minoranze etniche e delle popolazioni migratorie per quanto concerne la cittadinanza, l’occupazione e i diritti anti discriminazione, il diritto di asilo…

E’ evidente quindi quanto sia di fondamentale importanza, il modo in cui le società si strutturano e pongono attenzione nell’elaborare politiche il cui tema è “il diritto all’eguaglianza” in tutti gli ambiti della vita.

A che punto siamo oggi rispetto agli enunciati di queste colonne fondanti la società civile?

Ho maturato alcune riflessioni grazie anche alla lettura di un testo del quale vi riporto qualche suggestione.

Il libro si chiama “L’Epoca delle passioni tristi” a cura di un filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag e un professore di psichiatria infantile e dell’ adolescenza, Gérard Schmit.( ed.Saggi Universale Economica Feltrinelli, 2009).

Essi richiamano, nel titolo, il termine di Spinoza  che non si riferisce ad una tristezza generica di dolore o pianto ma allude  a un depotenziamento dell’individuo, alla sua disgregazione, condotta dal timore di un futuro minaccioso.

Gli autori si sono accorti che sono numerose oggi le persone e soprattutto i ragazzi, le cui sofferenze non hanno una vera e propria origine psicologica, ma riflettono la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà. Si sono interrogati e hanno ricercato il senso che si nasconde nel cuore del sintomo, che è il riflesso nel singolo della crisi più ampia.

In cosa consiste questa crisi?

 Essa deriva dal cambiamento di segno del futuro: dal «futuro-promessa» al «futuro-minaccia».

 E poiché la psiche è sana quando è aperta al futuro, quando il futuro chiude le sue porte, o le apre all’idea del pericolo, allora “il terribile è già accaduto”, perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’energia vitale implode.

La paura, come dice Spinoza deprime le energie umane e favorisce il potere di chi tiene in soggezione la forza di vivere altrui”. 

Campo libero dunque ad un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi quale unica risposta al mondo percepito come una minaccia. Chiudiamo “le porte delle nostre case” in un istinto di difesa e protezione di ciò che abbiamo.

La libertà si confonde con il dominio di sè e del proprio ambiente, in una visone puramente economica della vita, tutto deve servire a produrre qualcosa e questo non ha niente a che fare con la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, unica possibilità di dare vita al pensiero creativo, di riaccendere le passioni.

Come si è arrivati ad una società in funzione della minaccia?

Gli autori fanno risalire questo risultato alla caduta del mito del progresso che appartiene alla cultura occidentale. Si era ritenuto che l’accesso alla cultura e all’informazione avrebbe consentito di accedere al mondo del lumi al quale aspirava Kant, un mondo dove la ragione , la critica ( dal greco krino = distinguo, analizzo) e l’apporto della scienza potesse portare luce nella mente ottenebrata dalla superstizione e dall’ignoranza.

La storia ci ha dimostrato che questo non è stato sufficiente a proteggere l’umanità dalle barbarie

E sebbene ce ne siano state tante, oltre al genocidio razionale degli ebrei (prima della Shoa: la tratta degli schiavi, con la deportazione in massa e sterminio dei neri, la liquidazione degli indiani dal continente americano….genocidio armeno),  l’Olocausto rimane uno spartiacque, esiste un prima e un dopo solo dell’olocausto: perché?

Perché l’occidente in quei campi di sterminio ha visto crollare la sua speranza più importante:

Sradicare la barbarie del mondo grazie allo sviluppo della ragione, dell’intelligenza e della cultura.

Cosa non ha funzionato?

L’aver dimenticato la complessità dell’essere umano. Non siamo solo razionalità, non siamo solo “sapere e cultura” ma siamo anche e sopratutto emozioni, che danno voce ai bisogni, che azionano comportamenti. Noi non possiamo prescindere da questo, dal prenderci cura di questa parte così importante dentro di noi.

La sfida educativa oggi, se volgiamo cambiare rotta, deve puntare a recuperare una visone globale /olistica della persona e trovare strade per realizzare una integrazione delle nostre parti. (il termine olistico, oggi forse abusato con il rischio di perdere di vista l’essenza insita in questa visione dell’uomo: dal greco ὅλος hòlos, cioè “totale”, “globale” basata sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue singole componenti in quanto, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente.)

Oggi noi perdiamo la visione globale della persona nell’abitudine ad etichettare.

La tendenza del nostro tempo di etichettare le persone in termini razziali, razzisti, nero, bianco, cinese…profugo, o in termini economici… ricco, povero, inutile, produttivo, fa si che incaselliamo le persone invece di capirle e ci fa guardare l’altro sempre più in termini di minaccia sociale od economica… perdendo di vista il vissuto delle persone.

Perdendo di vista la Persona rimane nel focus visivo solo il pericolo da cui difenderci.

Questo modus vivendi si associa alla diffusa percezione che il nostro mondo è fragile e quindi abbiamo bisogno di difenderci alzando le barriere, il motto è “salviamo quello che è nostro dal diverso da noi”.

Il diverso fa paura, il diverso ci pone di fronte a riflessioni, ci apre ad alcune domande, ci mette di fronte ai nostri limiti, ci apre al confronto…ci costringe ad affrontare la complessità della relazione con l’altro…fuggire da tutto ciò sembra a volte più facile. Se etichetto inscatolo e via…. procedo secondo prassi: eseguo la norma, la ricetta, l’indicazione scritta nel foglio prestampato, ma questa modalità porta ad una involuzione della natura umana.

Voglio qui citare Carl Rogers, psicologo clinico, il cui approccio si chiama Approccio Centrato sulla Persona. Ha focalizzato l’osservazione sulla tendenza positiva attualizzante insita in ogni essere umano. Essa si concretizza nella potenzialità che ognuno di noi ha di attuare il proprio progetto di vita e questo si realizza pienamente solo se l’individuo può vivere in un ambiente che ne facilita lo sviluppo, ossia dove ci sia Rispetto, Fiducia e Accettazione Positiva Incondizionata e sicuramente questa possibilità non può essere lasciata alla sola condizione di nascere nel posto giusto…. è un diritto di nascita poter realizzare se stessi.

Se ripensiamo dunque la persona nel suo essere complesso, come l’insieme di più dimensioni  di mente corpo e anima , possiamo  pensare oggi di affiancare all’investimento sulla crescita della nostra mente logica e razionale, anche quello sul nutrimento dell’anima, sul potenziare il cosiddetto Q. E. (quoziente emozionale)

E come si fa?

Implementando le competenze relazionali innate (osserviamo i bambini…) affinché non si perdano negli “inscatolamenti” che siamo spesso destinati ad apprendere  o negli strati dei condizionamenti e delle  rigide convinzioni che acquisiamo.

Quando riusciamo a coltivare la nostra competenza emozionale succede che riusciamo a riconoscere nel volto dell’altro le nostre stesse espressioni, collegate a quel linguaggio di emozioni, sentimenti, bisogni che è l’unico ad essere veramente universale. E’ questo linguaggio che ci lega a prescindere da tutto ciò che riguarda il nostro abito esterno.

 

Possiamo dunque recuperare la possibilità di far dialogare la dimensione economica, politica, legislativa con il recupero della dimensione umana della persona?

E’ possibile rileggere la dichiarazione dei diritti umani universali e la carta di Ottawa e la Costituzione Italiana, per riacquistare gli strumenti che ci aiutino a monitorare ciò che accade e lì dove scorgiamo il pericolo della violazione di questi diritti universali, porvi rimedio?

E senza aspettarci che sia sempre qualcun altro ad agire per primo, volendo recuperare il valore profondamente democratico della nostra cultura, ognuno può pensare ai passi da compiere nel proprio raggio di azione. Ovviamente questo prevede che in ognuno si attivi il senso di responsabilità che attiene alle proprie competenze e funzioni, rispetto a questi valori.

Tutto ciò è possibile partendo dalla capacità SoStare, inteso come bisogno di fermarsi per comprendere. Potremmo imparare a non cadere nel pregiudizio e permetterci di vedere l’altro per quello che è: un uomo.

Per quanto mi riguarda io pensando all’ambito educativo, il settore di mia competenza,  mi piace proporre, due possibili azioni:

  • da un lato che si possa portare nelle scuole e nelle famiglie la rilettura della carta dei diritti universali, al fine di mantenere viva la memoria delle barbarie del passato affinché continui a dirigere e illuminare le nostre azioni, e preservi la nostra più profonda essenza  che è profondamente EMPATICA;
  • dall’altro mi piacerebbe che si possa inserire accanto alle materie di apprendimento cognitivo (IL SAPERE) un programma di apprendimento che riguardi il  SAPER ESSERE, la cosiddetta competenza emozionale o “alfabetizzazione emotiva”.

La sento come una fertile opportunità per evitare di spegnere il nostro fuoco vitale, sotto le rigidità di logiche politiche ed economiche che stentano a volte a trovare una flessibilità.

Gli esseri umani nascono liberi ed uguali e  la vera visione democratica non può prescindere da questo dato.

Se da un lato definire i confini è una conquista politica che risponde al bisogno di tutela dei territori e di garanzia della sovranità degli stati, dall’altro occorre pensare come evitare che un confine rimanga rigido rispetto alle tragedie umane.

Partendo dal presupposto fondante che chi scappa, abbandonando la propria famiglia, radici, territorio, non è contento di farlo ma deve …spinto dall’istinto di sopravvivenza e occorrerebbe valutare lo scenario nell’insieme per comprendere le cause del fenomeno…e agire partendo da lì.

Non ragionare sulle cause ma rimanere sulla sola osservazione dei sintomi in modo isolato e non dialettico ha l’effetto di dividere la popolazione, fomenta le barbarie …coltiva la paura…

Si rischia di passare da un modello di solidarietà e cooperazione (è il modello della costituzione italiana, considerata la più democratica al mondo) ad un modello di competizione che premia l’individualismo, “la forza sta al posto del diritto”, i principi costituzionali periscono.

Voglio concludere con la speranza che recuperare la lettura dei Diritti Universali che sono alla base della nostra cultura democratica, possa promuovere una nuovo approccio nei passi di chi governa e anche della persona comune affinché siano illuminati da una visione antropologica che si accompagni a quella economica.

E’ sicuramente complesso ma non impossibile e diventa necessario se vogliamo ascoltare il monito di Hegel:

“Quando eliminiamo la soggettività di un essere umano, è l’essere umano che eliminiamo

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