Attraverso la relazione con l’adulto di riferimento il bambino si crea “l’idea di sè”, formula le prime ipotesi per capire chi è.

Comprende se è degno d’amore, chi sono gli altri, se può fidarsi di chi lo accudisce o se è più sicuro stare lontano…

In sostanza si costruisce il suo vocabolario/schema per leggere la realtà che vive e si crea in lui la mappa che lo orienterà nelle sue relazioni.

Per questo uno stesso gesto per esempio “una carezza, un abbraccio” può essere vissuto come vicinanza e calore e quindi suscitare emozioni positive o  come invadenza o intrusione e quindi suscitare emozioni negative. 

Tutto ciò dipende da quale stile relazione la persona ha vissuto quando era bambino.

1. Stile relazionale sicuro

Amore, cura, calore, attenzione empatica e capacità di comunicare in modo autentico e genuino sono le competenze di un genitore che fornisce base sicura. 

Il figlio sente l’amore dei suoi genitori anche quando c’è tensione o conflitto.

Un giusto equilibrio tra “protezione e cura” quando il figlio ha paura e incoraggiamento alla possibilità di sperimentarsi nelle piccole/grandi sfide della crescita.

Sono i genitori che Goleman chiama “allenatori emotivi”, in grado quindi di parlare  il linguaggio delle emozioni proprie e del figlio e di mostrarle per quelle che sono, nella consapevolezza che solo conoscendo il proprio mondo interiore, si può attuare una vera padronanza di sè. 

Mi piace l’espressione che dice. “I figli possono allontanarsi sicuri nella propria strada quando sanno di avere un porto sicuro da cui partire”.

2. Stile relazionale della solitudine 

Quando manca il calore”…

Sono relazioni fredde, distanti emotivamente.

C’è l’accudimento materiale a volte anche molto scrupoloso, ma manca la vicinanza affettiva.  Esattamente all’opposto della relazione sicura.

La distanza affettiva dei genitori impedisce un corretta e sana percezione di sè, manca il parlare, il confrontarsi con un genitore comunicativo e accogliente.

Predomina il silenzio e la distanza che crea tristezza, dolore che può portare a dimensioni depressive.

Il figlio si crea una “bolla esistenziale” che diventa rifugio e prigione al tempo stesso.

Sono persone che hanno difficoltà a relazionarsi perché non l’hanno sperimentato in modo corretto.

Sono anche i bambini che per esempio  non piangono quando si inseriscono a scuola o all’asilo

(congelamento delle emozioni).

Negli adolescenti possono alternarsi gli opposti atteggiamenti di vicinanza, contatto e respingenti, freddi, creando confusione a chi sta loro vicino.

3. Stile dipendente

Un amore che intrappola”

Genitore iperprotettivo, soffocante, vive in simbiosi con il figlio, teme la sua autonomia e distacco.

Rogers parla di assenza di “accettazione positiva incondizionata” del figlio che è oggetto di affetto, riconoscimento, contatto ma a scapito della differenziazione IO-TU  ( assenza di autonomia e autostima). 

Il figlio cresce allontanandosi da sè, dai suoi reali desideri, bisogni e sentimenti, sacrificandoli per rispondere alle aspettative del genitore “coperta”.

Da adulto sarà incastrato in relazioni di dipendenza affettiva, paura dell’ignoto, bisogno continuo di conferme esterne. 

Lo sguardo non è rivolto al proprio interno ma all’esterno in un continuo tentativo di soddisfare i bisogni altrui. 

4. Stile confuso

Genitore imprevedibile ed incoerente nel relazionarsi con il figlio.

A volte accudente, a volte assente, a volte violento. 

Spesso qui rientrano i casi di maltrattamenti sia fisici sia psicologici. Non c’è empatia verso ciò che prova il bambino che vive in continua allerta e impara la paura.

Diventano adolescenti aggressivi, bulli, o autolesionisti: “il far male o il farsi del male diventa l’unico modo per sfuggire dal provare quel dolore profondo legato alle esperienze di bambino”.

Senza una base sicura da cui partire, procedono senza rotta in una vita che appare senza senso.

Non sanno bene chi sono, vivono nella discontinuità e confusione tra montagne russe relazionali, in preda alla loro impulsività. Non si fidano degli altri perché hanno imparato che “quando meno te lo aspetti puoi essere attaccato, ferito, abbandonato….” 

Vivono nel presente cercando soddisfazioni immediate e fugaci nell’impossibilità di avere un pensiero di “futuro” e di potersi agganciare ad un passato perché troppo caotico.

Saper osservare e cogliere nei comportamenti degli adolescenti o adulti con cui ci si relaziona uno o più tratti esplicativi dei relativi stili relazionali è una valida ed efficace possibilità di poter fornire loro un aiuto mirato. 

Sia che siamo noi operatori nelle relazioni di aiuto, sia che diventiamo strumento di accompagnamento o segnalazione alle persone competenti, possiamo diventare opportunità per ” una possibilità evolutiva positiva “ a chi ha sperimentato da bambini  stili relazionali penalizzanti o addirittura dannosi. 

Testo di riferimento: “Identità alla deriva” di Maria Luisa Verlato ed. La Meridiana

 

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